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Il Premio Calcagno 2010 a Enzo Bianchi

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Che cos’è la speranza? Dal palcoscenico dell’auditorium cav. Mario Magnetto, Enzo Bianchi risponde col “Cantico dei cantici”: l’amore è più forte della morte e la speranza è l’amore che vince sulla morte. Ma la speranza è sempre comunione, un progetto che non deve riguardare solo noi stessi.

Vola alto il priore di Bose, venuto ad Almese sabato 5 giugno per ritirare il Premio letterario Giorgio Calcagno. In piedi, illuminato da una luce che ne mette in rilievo lo sguardo, il monaco laico, biblista, scrittore, punta avanzata del cattolicesimo italiano, riflette sulla speranza nel tempo dei barbari, dell’individualismo, con tono a tratti accorato, ma avendo in mente la fede in Dio e nell’uomo.

Giunto alla quarta edizione, organizzato dall’associazione Amici della Sacra di San Michele e dal Comune, col contributo della Fondazione Magnetto, il premio intitolato al giornalista, scrittore e poeta almesino, va ad un maestro di spiritualità per credenti e non credenti, come ha scritto nelle motivazioni il giornalista Alberto Sinigaglia. «Con la sua voce e con i suoi libri, tradotti in molte lingue, ci accompagna a  esplorare e a riconoscere i segni della speranza, il senso dell’esistenza,  il lessico della vita interiore. Le parole, le idee, gli ideali che fa riemergere dalle Sacre Scritture  aiutano chi sappia intenderli,  sia persona di fede o di cultura laica, a vivere il dialogo, l’accoglienza, la convivenza, la comprensione, la solidarietà in modo adeguato all’incalzare delle migrazioni, delle crisi economiche, delle scoperte tecniche e scientifiche, delle epocali  trasformazioni del mondo».

Prima di sviluppare la propria riflessione, Padre Bianchi ricorda Giorgio Calcagno. «Sono onorato di ricevere questo premio intitolato a una persona che ho incontrato più volte, l’ultima ad un convegno alla Sacra. Non lo conoscevo bene, ma ricordo il suo sorriso, che narrava la sua bontà e diceva di un uomo capace, in profondità, di incontrare gli altri».

intervento-bianchi3Il Priore di Bose è a sua volta un uomo che si è dato come vocazione l’incontro con gli altri. E il tema di questo incontro è la speranza. Enzo Bianchi parla della fine della modernità, di un tempo di crisi senza precedenti, dell’incertezza sul futuro. «Il mondo sembra sfuggire al nostro controllo, ci crea angoscia, l’occidente fa fatica a progettare il proprio futuro, la cultura privilegia l’istante e dimentica il passato. Non c’è più memoria, si fanno solo esperienze di vita senza ricerca di senso, direzione. Non si è più capaci di darsi delle prospettive, siamo di fronte a un individualismo che somiglia all’egolatria».

Enzo Bianchi ricorda come sua sua generazione abbia vissuto una grande stagione di speranze. Una ad esempio: «Il Concilio Vaticano II, che appare oggi come un evento dimenticato». Spietata la sua lettura del presente. «Dilagano la barbarie, nella sfera pubblica come in quella privata e la glorificazione della competizione selvaggia». Se questa è l’aria, osserva il Priore, è corretta la domanda di Kant: cosa posso sperare? E ancora: cosa significa sperare?

Sperare vuol dire avere una direzione verso il futuro, dice Enzo Bianchi, scommettere sull’avvenire aprendosi agli altri. «La speranza è sempre comunione, si fonda sulla fede perché è espressione di un dono di Dio, ma credere è un atto umano». Ecco l’uomo dunque, secondo Enzo Bianchi, che deve essere capace di credere e sperare. «E poi, ciò che conta è che l’uomo apprenda a il mestiere di vivere in maniera eretta».

Si spera nella vita piena, nella felicità, dice il Priore, ma la vera risposta sta nell’amore. «Dire “ti amo” significa “voglio che tu viva sempre”. Gli uomini accarezzano la speranza che la morte non sia l’ultima parola: per coloro che credono si chiama Resurrezione. La speranza è dunque che l’amore vinca sempre sulla morte. Così troviamo un senso alla nostra vita».

Con Enzo Bianchi hanno dialogato Ernesto Ferrero, direttore del salone del libro e i critici Giovanni Tesio e Lorenzo Mondo. Quest’ultimo osserva che nelle parole del Priore c’è molto di quanto ha scritto Calcagno e Tesio, citando il drammaturgo ceco Václav Havel, aggiunge: «La speranza non è l’idea che qualcosa finisca bene, ma qualcosa che ha senso al di là di come andrà a finire».

Numerose le domande del pubblico che ha assiepato l’auditorium e un rimando all’attualità in una posta da Sinigaglia: che idea ha dell’Italia il Priore di Bose? C’è ancora spazio per un nuovo umanesimo? La risposta è sconsolata, ma la fiducia nell’uomo non viene meno. «Guardo con grande preoccupazione ciò che accade. Da anni pavento il ritorno alla barbarie. Non c’è più nulla su cui misurare la nostra convergenza sui valori. Gli stranieri vengono insultati e nessuno dice niente. Siamo in una società in cui non possiamo più decidere, consumiamo obbedendo alla pubblicità. Eppure, quando partecipo ad incontri come questo, vedo che si stanno aprendo cammini che fanno ben sperare. Sento in molti il desiderio che torni la primavera nella Chiesa, oggi avvolta in un inverno nebbioso. Ci sono segni che la gente vuol tornare a ragionare».

Poco prima dell’arrivo del Priore  e dopo il concerto dei Pequenas Huellas, don Italo Ruffino ha benedetto la targa che intitola la piazzetta tra via Rubiana e via Viglianis a Giorgio Calcagno. Una targa che ricorderà non soltanto un poeta, ma un uomo buono, ha detto commossa la vedova Graziella Ricci. «Per noi è un onore aver avuto fra i nostri concittadini Giorgio Calcagno – osservato il sindaco Bruno Gonella – e credo che questo incontro con Enzo Bianchi, così intenso, gli sarebbe piaciuto».

 

Il Premio riservato alle scuole

Comune di Almese