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Arrigo Levi: i miei anni duri e formidabili alla Stampa

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«I cinque anni e mezzo trascorsi a Torino come direttore de La Stampa sono stati i più intensi della mia carriera». Così Arrigo Levi ha iniziato la sua “lectio magistralis” dopo aver ricevuto il Premio Calcagno. Anni duri e drammatici, dal 1973 al 1978 come direttore del giornale, segnati dal terrorismo e dalla morte di amici carissimi. Uno di loro era Carlo Casalegno, vice direttore del quotidiano torinese, ferito da un commando delle Brigate Rosse il 16 novembre 1977 e morto il 29 novembre.

Il primo pensiero di Levi appena giunto a Torino per ricevere il premio Calcagno è stato proprio per lui. Venerdì 23 maggio, ha raccontato, è stato a pranzo da Dedi Andreis, vedova di Casalegno. «Abbiamo parlato di Carlo con pacata tristezza. Ricordo il suo ultimo articolo nel quale chiedeva la chiusura dei covi, quell’articolo per il quale le Br decisero di ucciderlo. Ricordo come andò al convegno di Bologna nel settembre del 1977 come semplice cronista, rischiando, ma scrivendo cose di grande equilibrio perché voleva capire. E poi ricordo il giorno in cui gli hanno sparato, quando non lo abbiamo accompagnato come al solito con la scorta. Ancora oggi provo un senso di idiozia per quella decisione».

Al ricordo struggente di Casalegno, si associa quello tenero per Calcagno. «Era un giornalista diverso, un poeta e noi non lo sapevamo. Era un intellettuale prestato al giornalismo e assieme avevamo una certa idea dell’Italia, che era il nostro Stato, come diceva Casalegno».

In comune anche un’idea di giornalismo come mediazione e missione, spiega Levi. «Il giornalista è un mediatore fra i fatti e i lettori, un traduttore di idee. Essere un buon giornalista significa essere un buon cronista e bisogna lavorare molto, faticare. Poi ci vuole rispetto per i fatti e una forte partecipazione personale. E’ una dialettica curiosa, ma i fatti si raccontano meglio quando si è coinvolti».

E poi c’è il mestiere come missione. In proposito torna agli anni di piombo a Torino, quando i giornalisti passarono dal ruolo di spettatori a quello di attori perché, spiega Levi, volevano restare liberi. «Una missione per Carlo Casalegno e per i cronisti della Stampa, che allora mi chiesero di poter firmare i loro articoli. Cosa che accettai fino a quando il pericolo non divenne così forte da farmi recedere».

I fatti, spiega Arrigo Levi, hanno sempre ragione e per raccontarli bisogna documentarsi. Lui scrisse sessanta articoli per un’inchiesta sull’economia, dopo averla studiata a lungo. Siamo un po’ dei dilettanti capaci di raccontare ciò che la gente vuol sapere, gli ricorda Paolo Garimberti citando Eugenio Scalfari.

Ma non bisogna lasciarsi soverchiare da quanto accade. In proposito, a Paolo Garimberti che lo interroga sull’eccesso di mobilitazione attorno a un singolo evento, sul un giornalismo nervoso, Levi risponde constatando che oggi si viviseziona un argomento dedicandogli troppe pagine, mentre non si fanno più inchieste. Tuttavia, non crede alla morte annunciata dei giornali a favore di internet.

La lezione resta dunque la fiducia nei confronti di questo mestiere e l’idea, come osserva Garimberti, che il giornalista deve sempre provare curiosità ed emozione. Proprio come accade da 64 anni ad Arrigo Levi.

 

 

 

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