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Il convegno su Giorgio Calcagno

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Più che un ricordo, una riflessione approfondita sulla sua opera. Questo è stato il pomeriggio di venerdì 25 maggio, dedicato alla commemorazione e al convegno su Giorgio Calcagno, nell’ambito del premio a lui dedicato. Un’occasione per conoscere meglio il lavoro multiforme di questo intellettuale che si è occupato di critica letteraria, ha scritto romanzi, poesie, ha coltivato il gusto dei giochi di parole, senza dimenticare mai le proprie origini.

E’ stata Graziella Ricci Calcagno ha ricordare per prima, commossa, la figura del marito. «Giorgio era la mia vita e il centro della nostra famiglia. Vedere tutte queste persone riunite qui per lui mi riempie di gioia. Devo un grazie particolare al sindaco Bruno Gonella, che ha avuto la prima idea di questo premio».

Sul filo dei ricordi la testimonianza di Fabrizio Antonielli d’Oulx, presidente degli Amici della Sacra di San Michele, di cui Calcagno era vice. «Quando glielo proposti, con mia sorpresa accettò subito. Era un momento di tensione nell’associazione e lui si era proposto di portarvi la pace. Giorgio Calcagno era un uomo che sapeva portare la pace perché era vicino a Dio».

Dopo l’evocazione della figura, il convegno “Giorgio Calcagno e i segni del suo inchiostro” ha consentito di conoscere meglio il lavoro dell’intellettuale almesino, anche grazie alle letture di Marco Amistadi, dello Stabilimento teatrale Folengo. Lorenzo Mondo, critico letterario de “La Stampa”, ha parlato della sua produzione narrativa, partendo dal romanzo Dodici lei. «E’ tra i sui libri più belli; storie di occasioni perdute, di doppie sconfitte. Calcagno è sensibile alla seduzione femminile, ma le sue donne sono simboli. In questo senso è fondamentale l’ultimo suo romanzo, “Il passo nel giardino”».

Giovanni Tesio, docente di letteratura italiana e critico, ha affrontato la poesia di Calcagno, che amava in particolare Montale e Caproni. «Quella del poeta era la sua vera vocazione – ha spiegato Tesio – anche se c’è una profonda affinità con la sua prosa, nutrice del verso secondo Leopardi». Il critico osserva che Torino e Genova sono i due poli della sua geografia emotiva, che si manifesta attraverso una metrica infallibile ed una profonda conoscenza delle possibilità offerte dalla lingua.

Ed è toccato a Ernesto Ferrero, scrittore e direttore del salone torinese del libro, parlare del “giocoliere di parole”, dei giochi di prestigio che Calcagno compiva con le parole. «E’ stato un artista del non-sense, come Rodari e lo stesso Eco, e questo gli derivava dalla sua letizia dell’intelligenza», ha fatto osservare, prima di leggere alcuni brani da Galileo e il pendolare, dedicato proprio ai giochi di parole.

Alberto Sinigaglia, infine, si è assunto il compito di parlare del Calcagno giornalista. «Questo era soprattutto Giorgio, che fino all’ultimo ha scritto sul suo giornale. Ed era un giornalista colto, cresciuto alla scuola di quel gran direttore che è stato Giulio Debenedetti. Era, insomma, un artigiano dell’informazione». Sinigaglia ricorda il lavoro redazionale di Calcagno, un lavoro infaticabile, che ha consentito a molti di imparare il mestiere da lui. Quelli che, ancora oggi, lo ricordano come un maestro.

Vivo, in Umberto Eco, il ricordo di Giorgio Calcagno. «Ogni volta che ci incontravamo e parlavamo, scoprivamo qualcosa in comune». La prima è stata la Sacra di San Michele, racconta lo scrittore e saggista. «E’ stato lui a farmi notare i miei incontri letterari con l’abbazia valsusina. La Sacra è stata la prima ispirazione di “Il nome della rosa”, ma Calcagno mi fece notare che tracce del monumento ci sono anche in “Baudolino” e “L’isola del giorno prima”. Inoltre, essendo quasi coetanei, avevamo la stessa memoria della guerra».

Umberto Eco esalta il Calcagno poeta e narratore: «C’è una vocazione petrosa nei suoi versi che ricorda Montale. Per quanto riguarda la sua prosa, credo che non abbia avuto l’attenzione che si merita. Inoltre, voglio ricordare il Calcagno testimone della cultura locale e la sua capacità di condurre a risonanza universale la memoria regionale».

Lo scrittore evoca infine il “giocoliere di parole”, il Calcagno dedito ai giochi linguistici testimoniati dal libro Galileo e il pendolare, leggendone un brano «che avrei voluto scrivere io», dice. Quattro minuti di lettura di un testo mozzafiato, che strappa applausi al lettore, così come all’autore scomparso.

 

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